Somalia: un’amica che non c’è più

manaMana è morta stanotte a Merka, in Somalia. Non è stata uccisa, non è stata portata via dalla violenza di una guerra di cui nessuno parla, e che continua a uccidere centinaia di persone. In quella che i Paesi occidentali, e in particolare l’Italia, hanno sempre considerato la pattumiera del mondo, il Paese in cui gettare rifiuti tossici di ogni tipo, in cui far girare traffici di materiali nucleari, o da utilizzare come luogo di scambio per le armi che devono circolare in tutto il pianeta, lei stava lavorando in tutt’altra direzione. Cercava di ricordare che la Somalia è sempre stato uno dei paesi mussulmani più aperti, dove le varie tribù hanno smepre avuto una tradizione di dialogo, e che è sempre stato un paese ricco di risorse, che offriva alla sua gente tutto quello di cui aveva bisogno per vivere.

 E’ grazie a lei se io ho conosciuto la Somalia in pace. Un luogo dove nei paesi c’era sempre il maestro itinerante che andava a fare scuola ai bambini. Un luogo dove era possibile scambiare, raccontare, parlare, sorridere, anche se la situazione politica non ha mai permesso una reale democrazia. La gente si sapeva e poteva organizzarsi, come avviene sempre in Africa. 

Mana ha cercato più volte di proporre soluzioni al disastro che stava esplodendo. Con ruoli pubblici, ma anche lavorando nel dettaglio, tra la gente della sua città. Mana ha cercato di fare da mediatore, ha salvato la vita di centinaia di bambini e adulti, ha denunciato l’inutilità di un governo provvisorio anche se ne faceva parte. Ha lottato contro chi, nell’ultimo periodo, ha fatto in modo che una situazione difficile precipitasse ancora di più. E dopo l’invasione dell’Etiopia, spalleggiata dagli Usa, ha capito che il gioco stava facendosi sempre più duro.

Metto qui sotto un testo che ho raccolto da lei, nel quale racconta la sua storia. Perché almeno quella non possa morire. Sono figlia dell’ultimo sultano di Merca,
un uomo fuori dal comune e molto rispettato.
Famoso per la sua politica riformista,
era stato il principale artefice della liberazione
dei bantu, originari delle regioni
poste più a sud, in Africa centrale, dalla
schiavitù nella quale si trovavano. La sua
è un’eredità preziosa, che ha influenzato
tutto ciò che ho fatto e
sto facendo. È anche grazie a lui
se ora esiste il villaggio di Ayuub.
Qui gli orfani hanno trovato una
vera casa: oltre al cibo e a un letto,
hanno incontrato mamme che
li hanno amati come i figli che
avevano perso, e una scuola che
poteva garantire il loro futuro.
Merca, la mia città, si trova a
sud della Somalia. Un tempo era
uno dei porti principali del Paese.
La regione che la circonda era
ricca di piantagioni. Frutta, ortaggi,
acqua, terreni fertili, persone in grado di
lavorare: qui non mancava nulla. Poi, dopo
il crollo del regime di Siad Barre, la guerra
del 1990 e le rivalità tra poteri locali, il Paese
è piombato nell’instabilità. Ma la gente
non ha mai smesso di sperare. Le donne,
in particolare, sono la grande risorsa della
Somalia. Se qualcosa è rimasto dopo 17
anni di conflitto, lo si deve a loro. È per
affiancarle che sono tornata qui nel 1992,
dopo la fuga in Italia. Il popolo somalo
stava per essere decimato dalla fame. Ho
aperto le porte della mia casa e, insieme a
un gruppo di donne, ho raccolto i bambini
abbandonati. Ma presto non c’era più po-
In un Paese senza pace, Mana ha costruito un villaggio per gli orfani.
Dove vanno a scuola e imparano anche cos’è la democrazia.
sto. Allora, con il consenso degli anziani e
l’aiuto della Regione Trentino-Alto Adige
e della ong Water for life, abbiamo costruito
alle porte di Merca un villaggio.
Ad Ayuub i bimbi hanno trovato l’asilo
e le scuole, i campi da gioco, il pozzo, i
dormitori, la cucina, la moschea. E uno
spazio dove vivere di nuovo all’africana,
condividendo emozioni,
dolori e speranze. Non solo: il
modello delle scuole di Ayuub è
stato ripetuto in altri 33 villaggi.
Molte scuole sono gemellate con
quelle del Trentino e altre città. E
grazie alle adozioni a distanza, un
numero crescente di bambini può
continuare gli studi e disporre del
necessario per vivere. Si è trovata
una soluzione anche alla mancanza
di un Ministero dell’Istruzione
che certifichi i risultati raggiunti
nelle classi. I testi delle prove
d’esame vengono spediti agli uffici Unicef
e Unesco di Nairobi per la valutazione e il
conferimento del titolo di studio. I ragazzi
cresciuti hanno trovato lavoro. Le ragazze
sono diventate a loro volta insegnanti, o
hanno fondato cooperative commerciali.
Qualcuno prosegue gli studi fino all’università.
Oggi Ayuub è l’unica comunità in
Somalia amministrata democraticamente da
un Consiglio, con assessori (maschi e femmine)
e donne elette sindaco. La nostra non
è una situazione semplice. Gli eventi degli
ultimi mesi hanno turbato gli equilibri. Ma
è impossibile fermarsi.

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1 Response to Somalia: un’amica che non c’è più

  1. Piseddu Lorenzo says:

    mando questo testo per ringraziarti
    sono molto felice che Mana venga ricordata con queste parole.
    queste sono le persone che bisogna ricordare come
    degli esempi da prendere.
    non ho la minima idea di quando la somalia possa uscire da questa brutta situazione, spero pero che l’azione di persone come Mana non sia valsa
    a nulla.
    io lo conosciuta, e forse avrei potuto conoscerla meglio, pero la ricordero sempre come una donna che amava la sua terra e la sua gente, nel bene e nel male.

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