![]() Mi è stato chiesto di scrivere un articolo sui recenti premi per i migliori prodotti informativi multimediali che l’Ordine Nazionale dei Giornalisti ha attribuito a due progetti di educazione ai media condotti da Megachip nelle scuole della provincia di Milano. I premi verranno consegnati il prossimo 19 maggio a Benevento nel corso di una manifestazione nazionale alla quale sono state invitate le scuole finaliste e sarà una buona occasione per la nostra associazione per festeggiare i propri risultati sul campo, forti di un riconoscimento conseguito unicamente grazie alla qualità delle nostre proposte. Fin qui le buone notizie. Non è nella nostra consuetudine crogiolarci in facili trionfalismi e perciò proviamo a formulare qualche riflessione collegabile a questo evento. In un panorama informativo e comunicativo nazionale deprimente e preoccupante, vogliamo spingerci sul terreno di un ragionamento più generale, che consideri l’educazione ai media nella cornice della situazione dell’informazione e della comunicazione nel nostro paese e, in una prospettiva più ampia, nel mondo. Partiamo dunque da un caso recente di cronaca che ha coinvolto e visto come protagonisti proprio i mezzi di comunicazione. Tranquilli, non si tratta della grottesca telenovela della crisi coniugale di Veronica e Silvio, che pure offrirebbe spunti notevoli. Qualche settimana fa l’Internet è stata scossa dal fenomeno Susan Boyle. Se sapete già di cosa si tratta non vi serve andare a rivedere adesso il video su YouTube, altrimenti, se è la prima volta che ne sentite parlare, non perdetevelo. In Italia la notizia è arrivata un po’ in ritardo, ha avuto poco spazio su giornali e sul web e di conseguenza non ha suscitato un gran dibattito, come invece è avvenuto all’estero. Alcuni più attenti osservatori italiani tuttavia (vedi ad esempio LSDI), hanno messo in relazione il fenomeno Susan Boyle con il noto principio secondo cui i nuovi media (il web) si integrano e interagiscono con i vecchi (la TV e la stampa) e non li sostituiscono. Inoltre ai giorni nostri questo, sempre secondo LSDI, starebbe a dimostrare la fine dell’illusione del Web 2.0 che, secondo la vulgata comune, avrebbe dovuto spazzare via tutto il resto. Aspetto indubbiamente interessante su cui dibattere, ma a noi, qui, per il nostro discorso, interessa focalizzare la nostra attenzione su altro. Partiamo da Britain Got Talent, una trasmissione “cult” britannica, seguita da quattordici milioni di spettatori in prima serata e con il 60% di share, una via di mezzo tra X Factor e La Corrida, un format diffuso anche altrove, che setaccia il paese, in questo caso la Gran Bretagna, alla ricerca di nuovi talenti da proporre al pubblico e li porta al trionfo (o li getta alle ortiche) in un tramissione televisiva che fa ampio ricorso a tutti gli strumenti adatti a fare audience. Sottolineo TUTTI GLI STRUMENTI. Ad oggi, in meno di un mese, secondo valutazioni diverse ma attendibili, questo video è stato visto almeno 200 milioni di volte e l’effetto di diffusione “virale” continua. La trasmissione televisiva originale, pur vista da una frazione minoritaria di spettatori, è stata indubbiamente l’elemento all’origine del fenomeno di diffusione rapidissima e, ad oggi, inarrestabile, del “caso Susan Boyle”. La rete ha fatto il resto. Qualche motivo ci deve essere in tutto ciò. E’ nostro compito analizzarlo. Siamo così arrivati a parlare di analisi dei media e, spostandoci nell’ambito dell’educazione e della formazione, di media education. Vogliamo provare assieme un esperimento? Se siete tra coloro che avevano già visto il filmato in precedenza e pertanto poco fa non siete andati a riguardarvelo, allora cliccate il link e godetevi nuovamente lo spettacolo. Se invece non l’avete mai visto fino ad ora, questo è il momento per farlo. Altrimenti le cose sulle quali cercherò di ragionare qui di seguito saranno poco convincenti e perfino poco chiare. A tra poco, dunque. Buona visione! Bene, sono passati sette minuti. Adesso sarebbe interessante sapere quanti di voi hanno provato, durante la visione, delle emozioni forti: intendo dire commozione, magone, groppo alla gola, occhi umidi o hanno versato addirittura vere e proprie lacrime. Per togliervi l’imbarazzo e non costringervi ad uscire subito allo scoperto posso dirvi che quasi tutti i commenti che sono stati scritti sul web confermano la grande ondata emotiva, e dunque il successo, che ha travolto gli spettatori di questo show. Attenzione, non mi riferisco ai commenti lasciati dalla solita sprovveduta casalinga di Voghera (o di Glasgow, se preferite), incapace di dominare i propri stati emotivi davanti a una qualunque scena di sdolcinato sentimentalismo, ma anche ai commenti raccolti nelle interviste fatte agli addetti ai lavori, persone di spettacolo, responsabili di reti televisive. Per fornirvi un ulteriore stimolo a rivelare le reazioni emotive che avete provato, vi confesso di avere guardato io stesso questo video almeno venti, forse trenta volte (per motivi di studio, si intende!) e di avere provato SEMPRE, in maniera prevedibile, costante e scientificamente riproducibile una forte commozione, unita al ben noto fenomeno dell’occhio umido e del nodo alla gola. Potrei anche dirvi con precisione in quale momento del filmato parte l’incontrollabile marea emotiva che causa il magone e in occasione di quali altre scene esso si rigenera e si ripete: innanzitutto quando la bella Amanda Holden, unico membro femminile della giuria, dopo le prime note magistralmente cantate da Susan, viene immortalata in un primo piano mentre, sbalordita, spalanca la bocca, in un’espressione di autentico stupore. Siamo, naturalmente, consapevoli che Amanda Holden è una nota attrice. I fatti: una donna di mezza età dall’aspetto tutt’altro che attraente, con vistosi segni di difficoltà anche verbale, ma coraggiosa e tenace, affronta una vasta platea e una giuria composta da tre VIP del mondo dello spettacolo che la accolgono carichi di pregiudizi. Poi, messa alla prova, in pochi secondi grazie alla sua stupefacente performance canora, sbaraglia ogni precedente attitudine ostile, annulla le riserve nei suoi confronti e anzi ribalta completamente l’atteggiamento iniziale che si trasforma come per incanto in aperta ammirazione e addirittura in adorazione, dimostrando senza possibilità di smentita che per essere una brava cantante la bellezza, il fascino e il physique du role non sono condizioni necessarie. In questa storia i riferimenti a tanti topoi della nostra cultura occidentale sono evidenti: dalla favola del brutto anatroccolo che si trasforma in splendido cigno al vecchio luogo comune del “a dream comes true”, il sogno che si avvera, dalla metamorfosi alla catarsi, passando per Davide e Golia ovvero la rivincita del più debole sul più forte. C’è tutto questo, in quei sette minuti, e viene marcato ed enfatizzato in tutti i modi, leciti e meno leciti. Questo show, e la conseguente reazione mediatica che ha scatenato, è un vero “caso di scuola”: lo si potrebbe utilizzare tranquillamente come punto di partenza per un corso monografico di 60 ore all’università, talmente numerose sono le sfaccettature dalle quali lo si potrebbe analizzare. Noi ci soffermeremo soltanto su tre: 1) le sue caratteristiche che lo rendono una “costruzione” perfetta, 2) la sua potenza nel far risuonare le nostre corde emotivamente più vulnerabili, 3) la prevedibilità della sua preponderante componente economica. Questi, non incidentalmente, sono anche alcuni dei principi dai quali si parte, nella “media education”, nell’analisi dei mezzi di comunicazione di massa. 1) La costruzione Sono riconoscibili almeno tre diversi livelli di costruzione. Il primo livello, che è quello dello show organizzato per il pubblico fisicamente presente nella platea del teatro di registrazione, qualche centinaio di persone in tutto. Vi compaiono come attori innanzitutto i tre illustri cacciatori di talenti che dalla loro cattedra assistono alle esibizioni dei “debuttanti allo sbaraglio”, scettici, freddi e sprezzanti ma contemporaneamente cortesi-per-contratto a causa del ruolo svolto. La loro mimica facciale, le loro parole, il tono della loro voce, i loro gesti “spontanei” sono orchestrati nel minimo dettaglio per ottenere lo scopo prefissato. Abbiamo poi il pubblico, facilmente pilotabile grazie a numerosi e prevedibili capi-claque sapientemente confusi tra gli spettatori. Il pubblico è composto da persone vere, non certo da comparse, e però è facilmente portato a reagire in maniera controllabile in base agli umori che si è deciso di trasmettere nel corso delle varie fasi dello show. E’ un pubblico comandato a bacchetta. E poi abbiamo la protagonista, Susan Boyle, sulla cui autenticità non c’è da dubitare, fino a prova contraria. E’ lei la vera forza dello show. Il suo essere sé stessa è l’ingrediente principale dello spettacolo, è l’elemento che fa cadere tutti nella trappola del reality che va davvero a scovare tra le pieghe della società e porta sul palcoscenico persone vere. Guardiamola, la brava Susan. La sua autenticità di donna campagnola, vissuta ai margini in una società che non sa che farsene di una donnona così poco fotogenica, è strategicamente impiegata per creare un forte contrasto: da un lato con la bellissima prima donna della giuria, dall’altro con con la Susan del momento successivo, quella che muterà nel corso della rapida metamorfosi. Guardate l’abito, che immaginiamo utilizzato durante la festa del patrono del paese, un vestito che potrebbe essere stato diverso se solo i responsabili dello show avessero così deciso, ma che è stato volutamente mantenuto nella sua foggia originale, senza nulla concedere ad un look più “presentabile” o, se volete, più “alla moda”. Guardate l’acconciatura di Susan: una specie di cespuglio incolto con varie parti del cuoio capelluto ben in mostra, e poi ancora le sopracciglia folte e disordinate, mai vista una pinzetta né conosciuta una ceretta. Susan incede a passo marziale solcando il palcoscenico fino al punto prestabilito dal rituale. Risponde diligentemente alle domande, a volte cerca le parole che le mancano, per dire che ha 47 anni e che vorrebbe avere successo nel mondo della canzone, che vorrebbe assomigliare alla più famosa e acclamata cantante di musical del Regno Unito. E’ goffa, impacciata, e proprio per questo risulta vera, reale, credibile. Nessuno, pur avendolo potuto, ha ritenuto opportuno darle una mano a presentarsi in maniera più “addomesticata”, presentabile, un po’ edulcorata e magari elegante e curata, perché si è capito che quanto più vistoso risulterà il contrasto, tanto più impressionante, clamoroso e riuscito sarà lo spettacolo. Un contrasto intenzionalmente cercato perché garanzia di coinvolgimento del pubblico, oramai abituato (meglio sarebbe dire attentamente coltivato) al gusto dei circenses televisivi, fatti di ingredienti rozzi, grossolani, a tinte forti, totalmente privi di nouances. E così è stato. Il secondo livello di costruzione, quello dello show teletrasmesso, ha potuto beneficiare di un montaggio sapiente e malizioso, con un ritmo veloce, di inquadrature studiatissime, dei movimenti di macchina, del continuo dialogo e dei rimandi tra le espressioni della vittima/Susan e del carnefice/giuria, oltre che della partecipazione rumorosa dei guardoni consenzienti e gregari, vale a dire il pubblico in sala. La mimica facciale dei giurati, in particolare del conduttore Simon Cowell, risultante dal sollevamento delle sopracciglie, dalla roteazione degli occhi, dagli sbuffi di insopportazione, e poi ancora la matita portata alle labbra, gli accenni a gesti di repulsione e disgusto, a commento delle frasi pronunciate da Susan, costituiscono il perfetto complemento al look della ignara concorrente nonché la sua indispensabile controparte a scopo rafforzativo. La successiva, brevissima fase di stallo prima dell’inizio della canzone di Susan serve a creare l’atmosfera di momentanea suspence, che potrà, nelle tinte forti del feuilleton, avere due soli possibili esiti: o sfociare in una prova catastrofica, con successiva ridicolizzazione e crocefissione simbolica della vittima da parte di pubblico e giuria, o in una esibizione sublime con commozione, turbamento emotivo, trionfo e rito catartico collettivo di purificazione finale. Il terzo livello di costruzione, quello del breve filmato tanto cliccato su Internet (che è poi l’unico che la maggior parte di noi conosce), oltre ad ulteriori giochi di montaggio, ha potuto inserire anche brani del backstage, un backstage altrettando addomesticato, al quale partecipano due conduttori che pretendono di svelare allo spettatore cosa avviene dietro le quinte e far vivere l’esperienza “proibita” del guardare dal buco della serratura nei segreti dello show. Qui vediamo Susan che divora tanto avidamente quanto scompostamente un panino, la ascoltiamo mentre confessa di non essere mai stata sposata, e nemmeno baciata, di avere nella vita solo un gatto, di aver sempre sognato di cantare di fronte a un vasto pubblico e di avere tutta l’intenzione di farlo scatenare stasera, quel pubblico (“I wanna make that audience rock”), cosa che, considerate le inadeguate sembianze e la palese inverosimiglianza dell’eroina, appare immediatamente, a chiunque la guardi, come una pretesa manifestamente ridicola se non grottesca. Durante la breve presentazione iniziale davanti al pubblico, inoltre, la continua alternanza e il continuo “dialogo” tra le inquadrature strette su Susan, i tre giurati e alcune persone in platea accuratamente selezionate (vere? false? comparse prezzolate?) crea un clima ridanciano di diffuso scetticismo e palpabile sarcasmo nei confronti della candidata, del tutto inconsapevole della brutale speculazione sulla sua persona che sta andando in onda in mondovisione. Poi, come sappiamo, alle prime note celestiali emesse dalla sua ugola, le reazioni di pubblico e giuria assumono, nel volgere di pochi secondi, un segno diametralmente opposto, che passa via via dallo stupore, all’incredulità, alla conferma di assistere ad una prova eccezionale e, infine, al manifestarsi di un vero miracolo. Ecco, la metamorfosi è ora completa e i giurati, rei confessi - e dunque colpevoli ma al tempo stesso perdonabili e subito perdonati - fanno pubblica ammenda, raccontando a Susan e raccontando anche a noi spettatori quanto cinici e prevenuti siano stati loro e, tutto sommato, ammettiamolo, anche noi, e quanto è vero che, a volte, “looks don’t count” (l’abito non fa il monaco). 2) La potenza delle emozioni Il semplice fatto di essere a conoscenza dei meccanismi che permettono alle nostre emozioni di essere stimolate e di produrre determinate risposte non ci pone al riparo dalla reazione spesso incontrollata delle nostre emozioni. La parte analitica e razionale del nostro cervello, infatti, quella che fa capo prevalentemente all’emisfero sinistro, non è affatto in grado di controllare e filtrare preventivamente le risposte che vengono invece processate – assai più rapidamente - dalla componente più creativa, visuale, emotiva, vale a dire l’emisfero destro. Nella nostra società la comunicazione da qualche decennio si è progressivamente spostata sul versante visivo, causando l’affermarsi di quella mutazione antropologica descritta da Giovanni Sartori nel volume Homo videns, e ricordata anche recentemente su questo sito in un articolo di Giulietto Chiesa. Le grandi corporation, che sulla pubblicità, l’intrattenimento, lo spettacolo, la fiction, i talk show e anche l’informazione hanno fondato i loro vasti imperi, stanno mettendo a frutto tutte le conoscenze che neurofisiologi e psicologi, sociologi e antropologi hanno accumulato nel corso degli ultimi cinquant’anni intorno ai meccanismi di risposta del cervello agli stimoli esterni, in particolar modo a suoni e immagini e soprattutto alla complessa interazione tra i due. Le conoscenze in loro possesso permettono di confezionare dei programmi in grado di pilotare in maniera precisa, si direbbe scientificamente prevedibile, la nostre reazioni. Il programma Britain Got Talent, con il fenomeno Susan Boyle, è la dimostrazione sul campo della potenza dei media nel programmare le risposte emotive di centinaia di milioni di persone. Non dimentichiamo inoltre, in tutto questo, la scelta della canzone interpretata da Susan: "I Dreamed a Dream" dalla commedia teatrale “Les Misérables”. Non possiamo permetterci di credere nemmeno per un istante che questa scelta sia stata casuale, e non piuttosto una coerente strategia sinergica di rafforzamento testo-suono-immagine. 3) La componente economica. Simon Cowell, se non principale burattinaio e regista dell’intera operazione, è per lo meno il suo braccio armato. Cowell è anche produttore televisivo e produttore discografico, oltre che indiscusso mattatore dei reality American Idol, American Got Talent, Britain Got Talent e X Factor. Ha fama di essere sprezzante e superficiale, lo si intuisce anche solo guardandolo all’opera di fronte a Susan Boyle, ma avendo contribuito alla scoperta e al lancio di numerosi artisti di cui provvede immediatamente a mettere a frutto il talento, nel 2008 ha portato a casa 45 milioni di euro. Le cifre in gioco fanno intuire come i suoi programmi televisivi nascano con il preciso scopo di essere macchine perfette per fare quattrini. Nulla è lasciato al caso e si può facilmente pensare che anche dietro alla straordinaria diffusione del video su YouTube con Susan Boyle ci sia la accurata pianificazione degli strateghi del viral marketing. E’ altresì chiaro, a questo punto della nostra riflessione, che Cowell e gli altri esimi giurati, che fingono sorpresa nel sentire che “quella donna” è non solo in grado di cantare, ma ha anzi una capacità canora di primissimo livello, è stato ampiamente informato preventivamente da coloro che hanno portato la candidata Susan Boyle a superare le prime selezioni e sa già che diventerà, grazie a questo show, l’attrazione da circo Barnum dell’anno. Qualche conclusione. Strumenti di analisi tutto sommato piuttosto semplici e alla portata di tutti ci permettono di comprendere come è avvenuta la costruzione del successo, prima televisivo e poi internettiano, della prova di un’emerita sconosciuta. L’apparentemente casuale e innocente scoperta di una nuova voce nel mondo del dilettantismo canoro britannico e la sua impressionante metamorfosi in un fenomeno mediatico senza precedenti ha precisi contorni di ricerca, pianificazione, strategia e calcolo. Noi, i fruitori, siamo letteralmente in balia di queste continue “trovate” dei mass media, sempre più precise nel colpire nel segno, sempre più studiate al tavolino. I più competenti, coloro che si sono dotati di qualche minimo strumento di analisi, possono al massimo fornire delle possibili letture, come ho cercato di fare io in questo tentativo di decostruzione del fenomeno Susan Boyle. Gli altri, i cittadini qualunque, o meglio i consumatori, come amano di preferenza considerarci, non solo non sospettano quel che c’è dietro, ma, come verificabile nelle numerose reazioni agli articoli pubblicati in Usa e Gran Bretagna, sono profondamente disturbati da coloro che svelano la macchinazione che sta dietro ai moderni format di intrattenimento. Loro, i cittadini inconsapevoli, vogliono essere lasciati in pace, reclamano il diritto di fantasticare, vogliono poter continuare a sognare che una mattina la fortuna abbia baciato una delle tante Susan Boyle che si nascondono nel mondo, forse nella speranza inconfessata che possa un giorno toccare anche a loro. O anche solo cullandosi nella beatitudine liberatrice della favola del brutto anatroccolo, raccontata ancora una volta. Noi, che qualche cosa invece abbiamo capito, pensiamo piuttosto che sia necessario iniziare dalle scuole a insegnare i meccanismi e i linguaggi dei mass media, perché ci ostiniamo a ritenere che non ci sarà superamento delle mille crisi (economiche, ambientali, demografiche, idriche, militari e via enumerando) che ci aspettano se non si riuscirà ad avere dei cittadini in grado di capire chi li sta prendendo in giro, con che strumenti, a che fini. Dei cittadini che sappiano difendersi dalle menzogne e dai continui tentativi di distrazione mediatica in quanto educati con precise competenze nella media literacy, l’alfabetizzazione ai linguaggi dei mezzi di comunicazione di massa. Il riconoscimento che l’Ordine dei Giornalisti ha voluto dare ai due istituti scolastici milanesi da noi seguiti nei loro progetti di informazione giornalistica multimediale (la Scuola media E. Curiel di Paullo e l’ITIS Cannizzaro di Rho) è, alla luce di questa analisi, non soltanto un incoraggiamento al nostro e al loro lavoro, ma una decisa attribuzione di merito nei confronti di una disciplina innovativa, la media education, che sta faticosamente trovando spazio anche nel nostro paese. |
Perché ci fa piacere drogarci?
Che sostanze vengono iniettate ai condannati a morte?
E' nato prima l'uovo o la gallina?
Cosa succede se una bomba a idrogeno scoppia nello spazio?
Gli animali piangono?
Che cos'è la fusione fredda? Si può davvero realizzare?
Banner traditore
Banner pubblicitari nei filmati che circolano in rete:
potrebbe essere una forma di compensazione economica per le case di produzione
cinematografiche contro le presunte perdite dovute allo scambio peer to peer.
Sarà possibile grazie ad AdMatch, una piattaforma che consente a ogni editore
di inserire spot nei video “rubati” , ma anche di controllare l’ingenuo che
clicca sul banner e si connette con il sito internet per vedere la pubblicità.
Furto di legname
In Brasile, per evitare uno sfruttamento eccessivo della
foresta tropicale, viene utilizzato un sistema di data base che calcola la
quantità di legname che si può tagliare ogni anno per evitare un depauperamento
della risorsa. Il programma però è stato forzato da craker che hanno modificato
i quantitativi disponibili, e che hanno consentito alle compagnie del legno di
aumentare i minimi concessi. Secondo Greenpeace l’”errore” ha consentito di
prelevare 1,7 milioni di metri cubi in più.
Natale sexy
Il principale mensile australiano per uomini Ralph ha
rischiato di perdere il gadget previsto come allegato per il numero di Natale.
Il regalo per i lettori, oltre 100 mila coppie di seni gonfiabili, era stato
caricato dal produttore cinese su un cargo marittimo, ed era atteso al porto di
Sidney. Qui però non è mai arrivato. Dopo più di una settimana di attesa, e
dato per disperso, è stato ritrovato per caso nello scalo di Melbourne. Gli
editori di Ralph, un gruppo che rischia il collasso e ha 3.4 milioni di dollari
di debito, hanno tirato il fiato: appena in tempo per includere i seni nel
numero più atteso dell’anno.
Terroristi per gioco
Esponenti della Ramadhan Foundation, un gruppo mussulmano
inglese, hanno espresso perplessità sulle nuove figurine messe a disposizione
per gli appassionati di Lego da un’azienda americana specializzata in armi e
personaggi della guerra . Uno di questi infatti
rappresenta un guerriero talebano, che ha il volto coperto e indossa
granate, pistole e fucili. Una celebrazione del terrorismo che ha poco a che
vedere con la creatività dei bambini, hanno fatto notare i leader religiosi.
In questi giorni è in Italia Percy Schmeiser, l'agricoltore americano che è diventato simbolo della battaglia contro le ogm e i monopoli dell'industria agrochimica, dopo che i suoi campi sono stati infestati da polline contenente geni transgenici.
Quella di Percy Schmeiser è una storia esemplare che vale la pena di essere ricordata in ogni contesto: agricoltore in Saskatchewan, una di quelle aree che vengono considerate il granaio del mondo, per l’enorme produzione di granelle di cereali, sementi d'olio, e mangimi per animali, coltivava sui suoi campi la colza da oltre 50 anni. Come tutti gli agricoltori tradizionali, usava spesso sementi autoprodotte, ibridandole di tanto in tanto con nuove varietà acquistate o scambiate con i vicini. Di più: svolgeva un continuo e prezioso lavoro di ricerca sulle varietà antiche, proprio quelle che ogi vanno a ruba tra i biotecnologi perché contengono preziosi caratteri di resistenza alle malattie. Nel 1997 Schmeiser irrora il diserbante Roundup sulle piante e ha una imbarazzante sorpresa: anche dove eccede nelle dosi, la colza sopravvive. Si tratta evidentemente di colza ogm, quella messa a punto dalla Monsanto per evitare la perdita del raccolto anche con dosi elevate di pesticida. Schmeiser non aveva mai acquistato sementi ogm. Se n'era ben guardato. Ma i suoi vicini si. Una gran parte degli agricoltori canadesi utilizzano colza transgenica resistente ai diserbanti dal 1995 . E lo fanno senza nessuna particolare precauzione: il Canada è il terzo produttore mondiale di ogm, con 5.4 millioni di ettari, vale a dire il 6% del totale . A differenza dell'Italia dove è stata introdotta di recente una apposita normativa, in Canada nulla impedisce di trasportare i semi su camion aperti, o di lasciare le piante tagliate sui campi.
L'8-9 novembre 1987 il primo quesito del referendum nucelare chiedeva:
1- Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe (Comitato
interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla
localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidono
entro tempi stabiliti?
(la norma a cui si riferisce la domanda è quella riguardante "la procedura
per la localizzazione delle centrali elettronucleari, la determinazione delle
aree suscettibili di insediamento", previste dal 13° comma dell'articolo
unico legge 10/1/1983
n.8)
L' 80,6 per cento degli italiani ha detto si. In pratica nessuno voleva che
un’autorità nazionale potese sovrapporsi, per ragioni strategiche, a quella
locale, soprattutto per una situazione in cui gli abitanti di un territorio
potrebbero subire delle conseguenze molto gravi.
Sono passati più di vent’anni e qualcuno
ha sollevato dubbi sul fatto che ormai le cose sono cambiate, che tanto ornai
le centrali sono sicure, che il nucleare è fondamentale per rispettare i
parametri di Kyoto e continuare a vivere una vita prospera e sprecona. Ma a Scanzano Ionico è stato fatto di tutto per
cancellare il nome della località dall’elenco dei siti per la raccolta di scorie
nucleari previsti nel decreto.314 del 13/11/2003. E finora non è
ancora apparso all’orizzonte nessun comune “nuclearista”. Quelli
denuclearizzati (che hanno votato in consiglio il divieto di realizzare sul
proprio territorio centrali nucleari) nel 1987 erano già più di 500. Nel
frattempo sono continuati ad aumentare.
Gli altri due quesiti erano
2- Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali
nucleari o a carbone?
(la norma a cui si riferisce la domanda è quella riguardante "l'erogazione
di contributi a favore dei comuni e delle regioni sedi di centrali alimentate
con combustibili diversi dagli idrocarburi", previsti dai commi
1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12 della citata legge)
3- Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL (Ente Nazionale
Energia Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione
e la gestione di centrali nucleari all'estero?
(questa norma è contenuta in una legge molto più vecchia, e precisamente la
N.856 del 1973, che modificava l’articolo 1 della legge istitutiva dell’ENEL)
Il primo sottolineava ancora il ruolo dei comuni e li “convinceva” a non
cedere alla tentazione del nucleare per recuperare fondi. Il terzo è stato di
fatto superato: l’Enel al tempo era statale. Ora è una multinazionale. Dunque
può operare dove vuole. Per questo ha aperto centrali fuori dall’Italia, per
esempio in Slovacchia.
I referendum dell'87 in effetti non abolivano il nucleare "de facto".
Non avrebbero potuto, non essendoci un legge che sanciva il nucleare, ma solo
delle modalità, e non potendo chiedere "siete voi favorevole al
nucleare" (i referendum in Italia non prevedono questa possibilità), i quesiti
erano stati individuati in modo da consentire il blocco delle procedure.
Possiamo anche ritenerli vecchi. Ma guarda caso, proprio in relazione al
primo, recentemente ci sono stati problemi per la realizzazione del deposito di
scorie radioattive a Scanzano Ionico, proprio perché il paese si è opposto.
Possiamo anche ritenerli vecchi, ma di fatto neppure a livello internazionale è
stato risolto il problema dei rifiuti. Possiamo anche ritenerli vecchi, ma,
nonostante l’Italia aderisca a un trattato europeo per la condivisione delle
competenze sull’atomo (Euratom) che sancisce l’obbligo a utilizzare l’energia
atomica solo a fini pacifici, nessuno chiarisce quanto atomo e potere militare
siano in stretta connessione. Non fosse altro perché le centrali avranno
bisogno anche di un controllo e di un monitoraggio continuo. Il che significa
che un territorio, oltre ad avere a che fare con il rischio nucleare, avrà
anche a che fare con una militarizzazione.
Non solo: la centrale nucleare sicura è un sogno, non tanto per la gente comune, o per i politici. Ma soprattutto per i tecnici. Che sono più coscienti di noi di quale tipo di energia abbiano per le mani, e di quale futuro e di quale modello sociale stiamo per costruire. L’energia sarà ancora più centralizzata e gestita dall’alto. Orami invece esistono prove che ci sono altre possibilità, che seguono modelli diversi, non utopici, ma già realizzati, efficienti, funzionanti. E per nulla “per pochi”.
E' una sera buia e scura
Ho tantissima paura
Se qualcuno poi mi tocca...
Si lo so, sono un po' sciocca...
Forse è solo un gran rumore
Ma mi batte forte il cuore.
E' un uomo un po' scontento.
O è forse solo il vento?
E' un uomo un po' arrabbiato
perché è disoccupato?
E' un ragazzo straniero
che ha nel cuore un cimitero.
E' un migrante da lontano
che pregava con la mano
E' una donna nella via
che non trova poesia
La città non viene incontro
porta solo ad uno scontro
tra culture, tra persone
tra maiale, bue, montone
tra chi pregò nelle chiese
e chi fuori a lungo attese
forse un soldo, o un sorriso
e lo stesso paradiso.
La paura non aiuta
la paura aspetta, fiuta
chi non vive in armonia
chi non è mai andato via
chi vuol solo controllare
perché solo non sa amare
non conosce le ricchezze
senza soldi nè monnezze
e vuol solo ricordare
chi il potere gli può dare.
E' la sera buia, buia
Ho tantissima paura
Ma se penso che qui intorno
c'è qualcuno che ha bisogno
di scambiare due parole
di trovare un po' di sole
di capire che gli umani
non san solo dar di mani
ma che hanno sentimenti
volontà di stare attenti
di capire che alla fine
questa vita non è un cine
e non serve una pagnotta
ma affiancarsi nella lotta
per avere un altro mondo
che non sia soltanto tondo
ma che sia ben sfaccettato
senza offesa nè reato,
forse arrivo piano piano
a capir che è un poco insano
fare si che in città sia
solo morte nella via,
e che noi senza paura
con la faccia ormai sicura
nella gabbia ci mettiamo
il babau che non vogliamo.
Sei all’aeroporto e stai per prendere un volo quando improvvisamente ti rendi conto di esserti dimenticato di comperare una polizza assicurativa per il viaggio. Vai all’ufficio delle linee aere e ti offrono una scelta: un pacchetto che copre i casi di morte per terrorismo,e uno, meno costoso, che copre i casi di morte per cause varie. Cosa sceglieresti? Questo quesito è stato posto a una serie di persone, I risultati sono stati riportati in un articolo pubblicato dalla rivista di divulgazione scientifica New Scientist il 27 agosto del 2008.
Sembra una scelta semplice, ma non lo è. La scelta meno costosa infatti copre sia i casi di terrorismo sia gli altri, e sembrerebbe la migliore. E quando un gruppo di psicologi ha provato a sottoporla a un gruppo di persone durante un test, si è scoperto che la maggior parte delle persone preferiscono pagare l’opzione che protegge solo in caso di terrorismo. Dunque il semplice suggerimento di un problema “terrorismo”, ha un effetto così potente da convincere la gente a compiere scelte decisamente non convenienti.
L’eccessiva influenza della paura sul comportamento umano è emersa in modo molto chiaro in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001. Per tutti i 12 mesi successivi molti americani hanno scelto di guidare, invece che volare. Il risultato è che il numero di persone coinvolte in incidenti stradali durante quell’anno è salito a 1.600 persone, vale a dire sei volte di più di che si trovavano nei tre aerei dirottati. Lo studio è stato pubblicato su Risk Analysis da Gerd Gingerenzer del Max planck Institute for Human Development.
Pessime decisioni vengono prese anche quando dobbiamo ponderare i rischi/benefici che possono essere provocati da un’analisi per il cancro o da una vaccinazione, o giudicare la pericolosità di un impianto nucleare o dell’effetto serra.
Ma se non ce la facciamo, un motivo c’è: il problema risiede nella nostra risposta emotiva. Quando siamo turbati o comunque colpiti nelle nostre emozioni, siamo incapaci di soppesare con calma le varie opzioni possibili. Veniamo invece condotti solo dalle nostre sensazioni. E se sono di terrore e paura, il risultato è facilmente intuibile.
Chiaiano-Marano : un altro sguardo dal Titanic
Mentre mi accingo a scrivere questo articolo mi chiedo come fare a raccontare quello che la nostra terra e la nostra gente sta vivendo. A Chiaiano-Marano le amministrazioni locali, comitati e gruppi di cittadini continuano a resistere da ben dieci mesi…a che? Dall’altra parte del muro, che è la maggior parte dei cittadini italiani la situazione sembra chiara: l’emergenza rifiuti provocata dal malgoverno degli enti locali e della regione Campania coniugata alla scarsa coscienza civile dei campani, è stata risolta da questo governo, che ha imposto discariche ed inceneritori e finalmente una soluzione energetica è stata avviata.
Questo è quanto è stato divulgato, diffuso e propagandato dai mass media nazionali. Ma qual è la verità? Per comprendere dobbiamo osservare il panorama globale : negli USA sta partendo la Green Revolution voluta dal neoeletto presidente Obama con l’intenzione di rimettere in moto l’economia attraverso una poderosa operazione di riconversione industriale dell’intero sistema alle energie rinnovabili. La consapevolezza incarnata da Obama è che la via d’uscita alla crisi economica è in una delle variabili all’origine della crisi stessa e cioè la fine dell’epoca dei combustibili fossili. Le risorse energetiche tipiche dell’età industriale e post industriale stanno terminando, nel contempo durante gli ultimi duecento anni oltre a dare fondo ai combustibili fossili, abbiamo provocato forti squilibri nell’ecosistema globale tanto da temere, dagli ultimi report ONU del pianeta, il punto di non ritorno a causa del riscaldamento climatico. L’Europa da sempre sensibile ai temi delle energie rinnovabili si è dotata di una legislazione attenta tanto da considerare irrinunciabile, in tema energetico, il ciclo integrato dei rifiuti che prevede la riduzione all’origine, il riciclaggio, la raccolta differenziata, il TMB ovvero il trattamento meccanico biologico a freddo e infine gli inceneritori, con il residuo che resta che finisce in discarica. Ma in Italia la politica energetica ha ignorato le energie rinnovabili, ha consentito con i Cip6 che venissero considerate rinnovabili le cosiddette energie “assimilate” ovvero quelle prodotte dagli inceneritori. Sto dicendo che parte della bolletta dell’Enel che tutti gli italiani pagano e che doveva finanziare le energie rinnovabili, i Cip6 appunto, è stata dirottata a finanziare le energie assimilate come quelle prodotte dagli inceneritori che non producono energie rinnovabili. Questo abile colpo di teatro prodotto dal governo Prodi ha riagganciato gli interessi di gruppi industriali e di potere al tema rifiuti. Le vacche magre sono tornate grasse e con buona pace della normativa europea in Italia il ciclo integrato dei rifiuti si limita all’ultimo segmento : discariche ed inceneritori.
Uno studio effettuato dall’Università di Cambridge, basato su tre anni di ricerca, 29 pubblicazioni scientifiche e numerosi incontri pubblici, il primo effettuato da 40 anni a questa parte in Inghilterra sulla qualità e l’utilità dell’educazione nella scuola elementare, ha dato risultati molto interessanti. Dall’analisi scientifica emerge infatti che nell’attuale sistema scolastico inglese, i bambini vengono impoveriti da programmi che puntano solo ad esaltare le capacità letterarie e matematiche, e che tralasciano completamente i momenti creativi e le materie artistiche. Un iter curricolare che punta solo alle conoscenze ”classiche”, e che riempie con il programma delle materie considerate più importanti la maggior parte della settimana, impedisce ai bambini di ricevere una educazione che li arricchirebbe dal punto di vista umano, consentendogli di avere in futuro un approccio più responsabile e autonomo nei confronti della società.
Per come sono stati organizzati gli attuali programmi scolastici in Inghilterra infatti, i bambini stanno perdendo la possibilità di studiare arte, musica, teatro, storia e geografia
Lo studio critica anche l’eccessivo ricorso ai SAT Reasoning Test, i test di valutazione scolastica utilizzati in Gran Bretagna, molto simili ai test Invalsi, introdotti recentemente anche nel nostro sistema scolastico. I Sat valutano quasi esclusivamente le capacità scolastiche relative alle discipline da sempre considerate più importanti, e in questo modo falliscono nella valutazione complessiva del ruolo educativo scolastico.
S parla esplicitamente di sistema compulsivo di apprendimento culturale, facendo riferimento a un comportamento patologico che di solito caratterizza i consumatori di cibo, droghe e sesso. Al posto di quello attuale, viene suggerito, sarebbe più utile un curriculum che punta alla valutazione della conoscenza in senso generale e alla capacità di affrontare i problemi.
Il rapporto della Cambridge University, che arriva proprio nel momento in cui il governo sta rianalizzando i programmi scolastici, ha anche accusato il governo di cercare di controllare tutto quello che succede in ogni classe in Inghilterra, spingendo a quella che viene definito come un tentativo di uniformazione politica della vita dei bambini. E tra l’altro, nonostante ciò, molti bambini escono dalla scuola elementare con scarsi risultati scolastici.
Il DCSF, dipartimento per i bambini, la scuola e la famiglia del governo inglese, ha rivelato che lo studio verrà considerato da Jim Rose, un esperto che è stato incaricato di rivedere i programmi in modo da fornire agli insegnanti la possibilità di disporre di maggiore flessibilità e libertà.
In Italia, la riforma scolastica varata dal governo,
soprattutto quella relativa alla scuola primaria, va in direzione opposta. Con un orario scolastico
limitato al mattino, e una sola maestra, i bambini si troveranno a fare la
rincorsa per imparare le nozioni base di matematica e italiano, e non ci sarà
tempo per imparare ad esprimere se stessi, sperimentare i propri lati creativi,
o scoprire le proprie capacità di relazione. Per questo saranno disponibili i lunghissimi
pomeriggi a casa, dove, con la compagnia della televisione, le emozioni
potranno essere pilotate in mondi assai più fantastici, dove si impara a
sparare, a fare i duri, a essere molto sdolcinati, a fare sesso e soprattutto a
circondarsi di oggetti scintillanti per vivere una vita di plastica. (Continua)






